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autonome a.f.r.i.k.a. gruppe 09/2002
Guerriglia comunicativa - Trasversalità nella vita quotidiana?
 

Alcuni anni fa abbiamo coniato il termine "guerriglia comunicativa" per definire diverse prassi politiche che scavalcano, nelle loro modalità, i vecchi confini tra l’azione politica e il mondo di tutti i giorni, tra la rabbia soggettiva e l’agire politico razionale, tra l’arte e la politica, tra il desiderio e il lavoro, tra la teoria e la prassi. Il termine quindi non può essere utilizzato per quelle organizzazioni come Globalize Resistance, per le reti politiche come Attac e neanche per quei complessi, rizomatici movimenti di protesta globale in continua trasformazione quali People’s Global Action [http://www.agp.org/] o le rete Noborder [http://www.noborder.org/]. Le brigate immaginarie della guerriglia comunicativa non sono necessariamente collegate in una rete. Ciò che li lega è un particolare stile di agire politico che con sguardo vigile si nutre delle assurdità e dei paradossi del potere facendo di questi ultimi, nel gioco di rappresentazioni e identità, di estraniazione e sovraidentificazione, il punto di partenza di interventi politici.

Coniato negli anni ’90, il termine "guerriglia comunicativa" ha rappresentato, e non in ultima istanza, una risposta al venir meno del tradizionale attivismo di sinistra dopo la caduta del muro di Berlino. La ricerca di nuove prassi ha portato (con puntualità almeno) a una nuova prassi trasversale che superava il "vecchio" attivismo - nonostante il punto di partenza fosse stato la pesante sconfitta della sinistra. Oggi, dopo l’ascesa e forse già il declino di un nuovo movimento su scala mondiale, la situazione è diversa e ci si chiede se il termine coniato negli anni ’90 sia ancora di qualche utilità. Il nuovo attivismo è diventato più globalizzato, organizzato e soprattutto è riuscito a sviluppare una nuova dinamica che scavalca i confini della politica e degli Stati. Al contempo però questo attivismo denota molti tratti del vecchio attivismo politico e non solo nella versione del neo partito comunista del SWP (Socialist Workers Party) e della Globalize Resistance. A dispetto di tutta la retorica, l’attivismo resta però spesso stranamente distante dalla vita quotidiana della gente e anche dei suoi stessi protagonisti. Il futuro di questo attivismo globale dipenderà dal fatto se sarà in grado di agire a livello locale e di vita quotidiana, e di continuare contemporaneamente a sviluppare il suo carattere trasversale e transnazionale. Ma il confine più importante da superare è quello costituito dal confine che gli attivisti stessi pongono tra loro e il "resto" della società. Noi riteniamo che la prassi della guerriglia comunicativa possa dare un suo contributo in questa direzione. In ciò risiede la motivazione che ci spinge ad analizzare nel testo che segue le esperienze di questa prassi - lungo le sue linee di fuga interne e nel superamento dei confini in cui viene a costituirsi.

 

Arte e politica

Un sito Web [http://www.gatt.org/] che ribalta l’immagine che il WTO dà di se stesso; un assistente distratto immette la parola WTO in un motore di ricerca e questo basta affinché un membro dei Yes Men possa presentarsi come rappresentante del WTO nel corso di un congresso sul diritto internazionale [http://www.theyesmen.org/] e trasformare la conferenza in un farsa. Lo stesso Yes Men lo ritroviamo, poco dopo le proteste di Praga, in un costume da "Capitan Euro" in una dimostrazione contro la repressione e gli arresti davanti al consolato ceco, ma anche alla Ars Electronica di Linz e in occasione di eventi artistici a Barcellona, Vienna, e Londra - tutto ciò è arte fine a se stessa o azione politica? La campagna contro la Lufthansa, la compagnia aerea incaricata di rimpatriare gli espulsi [http://www.deportation-alliance.com/], è cominciata con una serie di manifesti (Deportation Class) che attaccava l’immagine stessa della compagnia legandola al tema dell’espulsione. Questi manifesti sono apparsi in Germania in diverse mostre, mentre la compagnia aerea rispondeva all’apparizione di quelle immagini su Internet con violente minacce di azioni legali. Anche qui abbiamo a che fare con i confini tra arte e politica. Quello che interessa non è chiedersi a quale ambito, se quello politico o quello artistico, sia da ascrivere questa azione, ma piuttosto: funziona? Come si fa a prendere in giro una istituzione o una persona così potente e costringerla, quando possibile, ad assumere un atteggiamento difensivo?

La guerriglia comunicativa si differenzia dalle tradizionali forme di azione politica per il fatto che sfrutta coscientemente la densità di significato delle immagini e delle narrazioni. Siamo stufi dei servizi di sicurezza privati e dell’onnipresente obbligo di fare acquisti, della rimozione delle panchine pubbliche che spinge i passanti a recarsi nei bar o a proseguire. Siamo a conoscenza della privatizzazione dei centri delle nostre città, della sparizione dello spazio pubblico. Ma come si può intervenire contro l’apparente automatismo di questo processo - organizzando un’azione a scopo informativo? Con una dimostrazione? Bloccando le isole pedonali? Oppure cosa succederebbe se improvvisamente ci fosse un ostacolo, un’interruzione della attività frenetica del fine-settimana nelle isole pedonali - niente teatro di strada colorato o progetto espositivo per informare sulle limitazioni e la ristrettezza dello spazio pubblico cittadino privatizzato, ma piuttosto qualcosa di diverso che renda visibile e tangibile questa ristrettezza, un sorta di esperimento attraverso il quale coloro che frequentano queste vie commerciali si vedranno assegnati, con modalità esagerate, il loro ruolo effettivo?

Le immagini: un’isola pedonale - dei negozi alla moda, dei bar, musicisti di strada e fannulloni che vengono discretamente allontanati, manifesti pubblicitari, uomini in nero della sicurezza all’entrata di lussuose gallerie commerciali….lavori in corso…..linee di demarcazione bianche e rosse in mezzo al flusso della folla che passeggia….una grande superficie quadrata in mezzo ad una piazza della città è resa inaccessibile dalle strisce bianche e rosse, circondata da guardie della sicurezza in jeans neri e magliette bianche. Del personale gentile, contraddistinto dal marchio della ditta, si rivolge ai passanti, un marchio che si ritrova poi anche sul banco delle informazioni. Si distribuiscono volantini informativi con un questionario sull’uso delle isole pedonali: Quante volte viene in centro? Quanto pensate di spendere oggi? Quale metodo di pagamento preferite? A seconda delle vostre risposte vi sarà concesso o meno di accedere a quest’area. La spiegazione: "Facciamo questa inchiesta per la ditta Bienle che ha intenzione di acquistare la totalità della piazza davanti al castello. La facciamo per avere un profilo in termini di ritorno economico dei frequentatori di questa area in vendita "[1]. L’importante è che tutto sia credibile. Il blocco della zona ben fatto, il linguaggio del corpo delle guardie di sicurezza deve trasmettere determinazione, il personale essere amichevole, gentile ma deciso; l’immagine della ditta, riconoscibile dal marchio e dal look del personale, riprodotta in maniera professionale. Gli attivisti adattano la lingua del potere e se ne appropriano: l’identificazione risulta credibile e viene realizzata grazie un’attenta osservazione, con un occhio attento ai dettagli estetici e al rapporto professionale con i materiali.

Questa azione è stata messa in atto da un gruppo di artisti impegnati politicamente, ma intesa non come performance artistica - tranne di fronte ad alcuni poliziotti irritati dal fatto di non essere stati informati preventivamente dalla "ditta Bienle" riguardo a questa sua iniziativa. Il pretesto "artistico" è stato utilizzato solamente come camouflage, come scudo protettivo. L’effetto di questa iniziativa sui passanti era di irritazione, ma permetteva loro di prendere soggettivamente coscienza, in maniera visibile e tangibile, del processo di privatizzazione della loro città e, meglio di qualsiasi manifestazione di protesta con la solita distribuzione di volantini informativi, li costringeva a prendere posizione. Un’iniziativa del genere sarebbe pensabile anche all’interno della settimana dell’arte - sebbene qui l’ambito interpretativo per l’osservatore esterno non sarebbe stato "la privatizzazione" e "la limitazione della libertà di movimento", bensì "l’arte": la stessa iniziativa, realizzata all’interno dello spazio artistico, produrrebbe una critica della società più morbida, non guerriglia comunicativa. Un progetto del genere sarebbe possibile sotto forma di installazione anche all’interno di un museo - l’attuale avidità del mercato dell’arte nella ricerca di attori "autentici" la renderebbe fattibile[2]. Gli Yes Men hanno presentato il loro "Capitan Euro" al worldinformation.org di Vienna attraverso video installazioni [http://www.theyesmen.org/]. All’interno della stessa manifestazione un apparecchio per il controllo dell’iride regolava la porta girevole dell’entrata. In questo modo la critica ai metodi di sorveglianza della società di controllo assume le sembianze di un gioco adeguato al luogo della sua presentazione: il museo della tecnica. Il potenziale di un’azione di questo tipo dipende dal contesto che determina il codice con il quale il pubblico la interpreta.

La guerriglia comunicativa persegue finalità politiche. Essa tenta di criticare le regole della normalità suscitando irritazione e ambiguità e così facendo rendere possibili altre modalità di lettura per quei segni e quelle immagini ormai divenuti familiari. La critica alle strutture naturalizzate del potere richiede innanzitutto che queste ultime divengano visibili - e visibili lo diventano laddove il funzionamento "ben oliato" del sistema dei segni e dei meccanismi interpretativi comincia a bloccarsi. Nel campo dell’arte ciò è quasi impossibile: quando la sovrastruttura interpretativa è quella dell’ "arte", essa funziona allora quasi da lubrificante che permette all’osservatore di ingoiare anche la più sfacciata provocazione senza "strozzarsi". La violenta diffamazione alla quale viene sottoposta ad esempio la scena artistica, ha trovato ormai, in quanto modalità delle avanguardie artistiche, una sua legittimazione e perciò ne esce neutralizzata. Lo scompiglio portato ai segni e alle immagini attraverso le tecniche artistiche diventa eccitante laddove esso si lasci alle spalle questa integrante sovrastruttura dell’arte.

"Non è meglio sfigurare i segni invece di distruggerli?" si chiese una volta Roland Barthes. Anche la scena della sinistra militante lavora sui segni, anche le loro azioni sono simboliche - ma qui quello che conta è il gesto dell’aggressione militante, la distruzione di segni: i sampietrini lanciati contro le vetrine delle banche, il caos portato all’interno di un McDonald, lo scontro fisico con i robo-cop. Il significato di queste prassi fatte di scontri, rivolte e sollevazioni non va sottovalutato. Non per niente i disordini di Seattle sono stati un segno che è diventato poi simbolo e catalizzatore della nascita di un nuovo movimento globale. La rielaborazione mediatica di questi disordini ha gettato davanti agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine della resistenza militante all’astratta mancanza di un’alternativa all’economia capitalista. Questa immagine - una macchina da guerra che si contrappone alle macchine da guerra astratte del capitalismo globale - ha avuto un forte impatto a livello di mobilitazione. Contemporaneamente però l’opposizione militante è parte integrante della mitologia delle democrazie parlamentari dell’Occidente. Nei media borghesi le immagini sono servite per illustrare i principi fondamentali della democrazia: la "colpa" degli scontri di piazza è di alcuni malvagi Hooligans che strumentalizzano proteste pacifiche e colorate per i propri fini. I "Black Blocks" non riconoscono le regole della protesta pacifica, la proprietà privata, le regole del gioco democratico e quindi vanno bloccati con un massiccio intervento della polizia. Con queste argomentazioni si cerca così di legittimare l’intervento violento del potere statale e il diritto dei manager della globalizzazione a continuare a prendere le loro decisioni con il consenso dell’opinione pubblica.

Ma anche l’efficacia tattica della sfigurazione dei segni può essere mostrata sulla scorta delle proteste globali. In occasione del vertice delle banche mondiali a Praga nel settembre del 2000, le fate ancheggianti del "Pink Block" sono riuscite non solo ad introdursi nel "cuore della bestia" (il Centro Congressi dove si svolgeva il summit) - cosa che non era riuscita né alle Tute Bianche con le loro imbottiture né ai combattivi Black Blocks vestiti di nero. Sono riuscite addirittura a dare un’immagine di sé che ribalta, fino a raggiungere l’assurdo, quella tipica dei combattenti di strada che lanciano pietre contro la polizia: quella una combattente in rosa, di una ballerina di Samba. Un anno dopo a Genova saranno i Marziani, gli UFO, le soldatesse U-NO della VolxTheaterKarawane, le Bikini-girls, gli Omini Michelin ed altri a trasfigurare e a stravolgere l’immagine stereotipata di una dimostrazione, le sue modalità e le sue strategie.

Abbiamo la sensazione che l’immagine che molti attivisti militanti hanno di sé stessi nasconda la pericolosa tentazione di considerarsi separati dal resto della società: la conseguenza è il nascere di una sottocultura attiva che utilizza segni, valori e metodi di legittimazione suoi propri. La resistenza trae la propria legittimazione dall’autenticità e dall’intensità di un impegno assunto in prima persona. Da un lato ci si lamenta per il fatto di sentirsi isolati in un ghetto, mentre dall’atro si cerca di conservare la "purezza" tra le proprie file; la retorica del confronto e del millenarismo apocalittico esclude categoricamente gli attivisti dalla società dominate. Questa esclusione trova espressione anche nelle vibranti discussioni riguardo ad un eventuale presa di contatto con i canali mediatici di massa, o negli estenuanti tentativi di entrare in contatto con i vicini delle case occupate. Nonostante occasionali collaborazioni, si resta diffidenti e questo non solo nei confronti del narcisista mondo dell’arte, ma anche dei "geeks", gli attivisti cibernetici degli anni ’90 che accorrevano in massa in occasione di eventi quali il congresso "next 5 minutes" svoltosi ad Amsterdam. Un uso più ludico dei segni, delle immagini e dei significati, nonché l’accettazione dell’ibridismo e della complessità potrebbero portare al superamento parziale di questa separazione. In un possibile e ottimistico scenario futuro, il paradossale incontro di due ambiti marginali della società, quali quello della scena artistica e dell’attivismo politico, potrebbe essere l’occasione per far nascere un attivismo artistico-politico trasversale che scavalchi i confini e i limiti di ciascuno.

Nell’ottobre del 2000 il museo di Arte Contemporanea di Barcellona ha realizzato una serie di Workshop dal tema "L’azione diretta come una delle Belle Arti" che si è trasformato in un incontro tra attivisti durato due settimane [http://www.lasagencias. net/]. Sebbene in un primo tempo non siano stati visti di buon occhio dagli "autoproclamatisi" attivisti, questi Workshop hanno dato alla luce diversi progetti politici che sono attivi ancora oggi - ninguna es illegal ha organizzato un bordercamp all’estremo sud della Spagna dove sbarcano migliaia di rifugiati africani, è nata la sezione Indymedia di Barcellona [barcelona.indymedia.org] e si è costituito un collettivo che, servendosi di mezzi grafici e teatrali, ha preso parte alle proteste contro il previsto vertice, poi annullato, delle banche mondiali. Non è una caso se le forme e le tecniche che vengono utilizzate in occasioni di questi progetti siano quelle della guerriglia comunicativa; forme che possono stimolare sia un’appropriazione divertente di metodi artistici nel lavoro politico che un impiego efficace a livello politico delle potenzialità artistiche.

Le proteste globali creano così un proprio spazio sociale dalle caratteristiche di una sottocultura attivista che scavalca i confini nazionali e che si costituisce attraverso una molteplicità di reti digitali e fisiche. A volte sembra che il risultato più importante raggiunto da questo movimento sia (ancora) questa stessa rete e il controllo dei suoi strumenti. Anche la "scena artistica" fornisce un suo spazio che va ad aggiungersi a questo spazio sociale. Ci si incontra di nuovo - non solo in occasione della prossima protesta globale, ma anche alle Biennali, ai Festival cinematografici, alla Documenta e all’ Ars Electronica. L’interazione tra la scena artistica e quella politica è ancora puntuale, resa possibile da un manipolo di iper-attivisti che si muovono tra arte e politica. Un’interazione più profonda che possa costituire un punto di partenza per una prassi trasversale più ampia aspetta ancora di essere sviluppata attraverso progetti concreti. L’attuale interesse della scena artistica per la "reale vita sociale" potrebbe fornire un punto di partenza; un ruolo importante lo giocherà anche la possibilità o meno che queste pratiche di opposizione abbiamo successo sul mercato dell’arte. Non resta che aspettare per vedere se sarà così.

 

Attivismo, Quotidianità, Lavoro

L’immagine dell’attivista data dai media e anche quella che egli ha di se stesso (se ne parla spesso solo come di un "lui"), è quella di un attivista che si concentra esclusivamente sull’azione. Sembra che queste persone non facciano altro che occupare case e organizzare manifestazioni - così come l’immagine dell’artista, per l’opinione pubblica, si concentra sui suoi progetti e i suoi prodotti. Normalmente l’attivista  e l’artista sono tutt’altra cosa. Lavorano nell’agricoltura, nell’edilizia, fanno lavori stagionali, raccolgono offerte per scopi caritatevoli, sono attivi in ambito sociale, lavorano part-time in uffici e Call Centers, insegnano nelle scuole di lingua, nelle scuole serali o all’università. Non ultimo lavorano nell’ambito dei nuovi media come grafici e Webdesigner, amministratori di sistema e esperti informatici. Si muovono nel mondo del lavoro e contemporaneamente in quello degli attivisti, ognuno caratterizzato da ritmi, tempi e spazi suoi propri. Non è un fenomeno nuovo (anche Kafka lavorava come impiegato nel campo amministrativo), la novità secondo noi sta nell’integrazione dei saperi, degli stili di vita e delle risorse di entrambi gli ambiti.

Così come nelle officine artigianali è ancora presente l’abitudine di utilizzare durante la pausa pranzo gli attrezzi da lavoro a scopo privato, anche negli uffici le fotocopiatrici vengono utilizzate per stampare volantini e si spedisce materiale informativo a spese della ditta. Diverse pagine Web di Indymedia vengono aggiornate dal posto di lavoro. Dall’altro lato molti lavoratori che operano nel settore dei media hanno in casa dei computer e delle videocamere che utilizzano sia per il lavoro che per l’attività politica. Ma soprattutto è la conoscenza dei discorsi e dell’estetica dominanti a scivolare costantemente da un ambito all’altro, a poter essere impiegata sia per la riproduzione che per la critica dei rapporti di potere esistenti.

In questo modo il passaggio da un ambito all’altro va nelle due direzioni: le competenze acquisite nell’elaborazione di testi al computer per realizzare dei falsi dépliant turistici della città o delle false intestazioni di lettere ufficiali, risultano utili anche per guadagnare denaro nel mondo del lavoro. Chi al contrario per lavoro realizza quotidianamente immagini e strutture ideologiche per il mondo della pubblicità, con un piccolo cambio di direzione è in grado di ribaltare l’estetica pubblicitaria e metterla al servizio delle falsificazioni. L’indispensabile conoscenza del "linguaggio del potere" nel mondo del lavoro può essere impiegata in ogni momento per la resistenza e la sovversione. Per la guerriglia comunicativa questa conoscenza è un elemento centrale. La campagna di protesta contro la Lufthansa ha avuto successo anche perché, tra le altre cose, l’immagine professionale della compagnia aerea è stata imitata perfettamente e ne è stato stravolto lo slogan pubblicitario - dal "Noi vi ci portiamo" della Lufthansa, al "Vi sbattiamo fuori" della Deportation Class.

Per la guerriglia comunicativa non è sufficiente conoscere il nemico, è necessario saper padroneggiare le forme e i segni che caratterizzano per così dire "il linguaggio del potere". I guerriglieri della comunicazione non sono spie o agenti segreti infiltrati nel mondo del lavoro o in quello del consenso borghese. Spesso nella loro vita quotidiana ne entrano a far parte come insegnanti, impiegati, svolgendo insomma delle funzioni all’interno del sistema capitalista. È proprio per questo che è possibile oscillare da un piano all’altro, passare dalla critica radicale al camouflage e viceversa. I giornalisti, i loro lettori e i potenziali clienti, insomma tutti quelli che leggono il materiale pubblicitario sulla Deportation Class vengono, senza volerlo, trascinati e risucchiati dalle contraddizioni del sistema capitalistico e della sua ideologia occidentale e umanistica: la Deportation Class è davvero una cinica offerta a prezzi scontati della Lufthansa su aerei destinati alle espulsioni di clandestini? O piuttosto una critica particolarmente riuscita alla sua prassi di espulsione? Se l’interessato decide per la prima possibilità allora egli non può non chiedersi se siamo in presenza di un modo vergognoso di far soldi o di un legittimo strumento di marketing. Se ritiene invece che questa pubblicità sia un falso, tuttavia non può scartarla semplicemente in quanto assurda calunnia - la somiglianza allo slogan della Lufthansa è troppo evidente. Non importa quale delle due ipotesi venga considerata giusta, una volta posta, la questione rimane per così dire incollata all’immagine della Lufthansa. Sporcando i questo modo l’immagine della compagnia aerea, l’accettazione acritica del sistema capitalista comincia a venir meno e si prende coscienza delle contraddizioni esistenti tra la realtà e la sua rappresentazione.

La guerriglia comunicativa non deve aver paura di questo contatto: deve invece aver il coraggio di far propria l’odiata logica del discorso dominante per poterla poi rivoltare dal suo interno. E deve avere inoltre fiducia nell’efficacia dei segni, non lasciarsi tentare dal voler offrire informazioni troppo chiarificatrici smascherando così le proprie intenzioni. Come conseguenza dell’ "escapade" bellica della SPD tedesca, sostenuta anche dei Verdi, è apparso improvvisamente un manifesto con la famosa immagine del soldato in punto di morte ("Perché?") [http://www.contrast.org/KG]. Con una piccola aggiunta, il "Perché?" è diventato "Perché no?". La presenza dei simboli della SPD e dei Verdi in fondo al manifesto lasciava supporre che esso fosse autentico, sebbene il lettore informato sapeva che questi due partiti non avrebbero mai confessato apertamente il cinismo della loro politica. Attraverso la scelta e la manipolazione delle immagini il manifesto dichiarava apertamente che il cinico "Perché no?" rispecchiava l’atteggiamento politico dei due partiti, che lo confessino o meno. Aggiungendo invece un testo che avesse attaccato la politica dei due partiti, si sarebbe passati dalla logica della guerriglia comunicativa e a quella della propaganda sovversiva. La sua funzione sarebbe stata esplicativa e avrebbe suscitato piuttosto dei sorrisi che quell’irritazione che invece ci spinge spesso spinge alla riflessione.

 

Globalizzazione

Non v’è dubbio: ci troviamo in mezzo alla globalizzazione e questo proprio in quanto attivisti. Sono proprio quelle capacità che vengono utilizzate durante le proteste dei cosiddetti No-Global che le grandi ditte e le multinazionali richiedono ai loro lavoratori: capacità di lavorare in gruppo a progetti a tempo determinato insieme a persone che non si conoscono prima. Ma anche flessibilità, competenza, conoscenza di lingue straniere, assenza di forti gerarchie, sfruttamento ottimale di risorse limitate, capacità di improvvisazione, padronanza dei mezzi di comunicazione informatici, velocità, massimo impegno. Anche qui trasversalità - ma resta da chiedersi, per quali finalità?

Se è vero che ci troviamo nel momento di passaggio verso una società di controllo, allora in futuro potrebbe essere ancora più importante rendere il nostro potenziale sovversivo più affilato e mirato a livello molecolare. All’interno del nascente Impero indirizzeremo sempre meno il nostro malcontento verso i singoli governi - il gioco con le immagini e le rappresentazioni acquisterà, in quella parte del mondo organizzata in una rete, sempre maggior significato senza che a rimetterci sia quello dell’efficacia delle azioni pubbliche. È in gioco un posizionarsi politico che non si concentri solo sulle categorie concettuali della sociologia e della teoria culturale, ma che sappia pensare anche in immagini e utilizzare il sistema dei segni. Rabbia, insofferenza e il desiderio di prendersi gioco del potere sono spesso più efficaci nel riconoscere i punti deboli e le contraddizioni del discorso dominante di quanto lo sia il pensiero razionale. La guerriglia comunicativa non resta però ferma al gioco dello scompaginamento temporaneo e autoreferenziale - lo ricollega con argomentazioni ai media borghesi e ai propri, è connessa alla sfera della contro-politica ed entra in rapporto con le tematiche e le questioni dei movimenti sociali. Negli ultimi anni questi movimenti hanno fatto proprie nuove tecnologie: dai cellulari all’uso (e falsificazione) di pagine Web sempre più interattive, ai video e al Live-Streaming.

Le tecnologie dell’informazione e quegli strumenti della società di controllo che possono risultare utili vengono impiegati sovversivamente, gli attivisti sono cioè in grado di utilizzare per altri scopi le conoscenze acquisite sul posto di lavoro retribuito. Inversamente possono anche utilizzare le modalità lavorative apprese all’interno della scena alternativa nella flessibilità del loro lavoro quotidiano. Lavoro di gruppo finalizzato alla realizzazione di specifici progetti con contratto a tempo determinato e disponibilità agli spostamenti sono solo due degli esempi possibili. Proprio all’interno di un contento sociale in cui segni, Branding e immagini diventano sempre più importanti sia per il mondo degli affari che per i governi e strutture multinazionali come il WTO o il G8, gli attacchi della guerriglia comunicativa possono essere condotti in maniera efficace. Il mondo dell’attivismo non si trova al di fuori del processo di globalizzazione, del passaggio dalle vecchie democrazie borghesi a qualcosa di diverso e ancora indefinito. Ne fa parte invece - ed è la conoscenza profonda delle strutture che devono essere combattute, la cui legittimità va per lo meno messa in questione, a costituire il suo potenziale - anche se il resto di questo grande racconto aspetta ancora di essere scritto.

 

Tradotto da: Sandro Armezzani



[1] Vedi: S. Brünzels, Dos ejercicios tacticos para hacerse con el espacio publico, in : Modos de Hacer, a cura di P. Blanco e altri., Ediciones Universitad de Salamanca, 2001

[2] Ciononostante il progetto artistico “Chiunque è un esperto”, presentato alla Biennale di Torino, è stato sbattuto fuori dopo che Berlusconi lo aveva criticato apertamente. Vedi: http://www.expertbase.net/

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