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Alcuni
anni fa abbiamo coniato il termine "guerriglia
comunicativa" per definire diverse prassi politiche
che scavalcano, nelle loro modalità, i vecchi confini
tra l’azione politica e il mondo di tutti i giorni,
tra la rabbia soggettiva e l’agire politico razionale,
tra l’arte e la politica, tra il desiderio e il lavoro,
tra la teoria e la prassi. Il termine quindi non può
essere utilizzato per quelle organizzazioni come Globalize
Resistance, per le reti politiche come Attac e neanche
per quei complessi, rizomatici movimenti di protesta
globale in continua trasformazione quali People’s Global
Action [http://www.agp.org/]
o le rete Noborder [http://www.noborder.org/].
Le brigate immaginarie della guerriglia comunicativa
non sono necessariamente collegate in una rete. Ciò
che li lega è un particolare stile di agire politico
che con sguardo vigile si nutre delle assurdità e dei
paradossi del potere facendo di questi ultimi, nel gioco
di rappresentazioni e identità, di estraniazione e sovraidentificazione,
il punto di partenza di interventi politici.
Coniato
negli anni ’90, il termine "guerriglia comunicativa"
ha rappresentato, e non in ultima istanza, una risposta
al venir meno del tradizionale attivismo di sinistra
dopo la caduta del muro di Berlino. La ricerca di nuove
prassi ha portato (con puntualità almeno) a una nuova
prassi trasversale che superava il "vecchio"
attivismo - nonostante il punto di partenza fosse stato
la pesante sconfitta della sinistra. Oggi, dopo l’ascesa
e forse già il declino di un nuovo movimento su scala
mondiale, la situazione è diversa e ci si chiede se
il termine coniato negli anni ’90 sia ancora di qualche
utilità. Il nuovo attivismo è diventato più globalizzato,
organizzato e soprattutto è riuscito a sviluppare una
nuova dinamica che scavalca i confini della politica
e degli Stati. Al contempo però questo attivismo denota
molti tratti del vecchio attivismo politico e non solo
nella versione del neo partito comunista del SWP (Socialist
Workers Party) e della Globalize Resistance. A dispetto
di tutta la retorica, l’attivismo resta però spesso
stranamente distante dalla vita quotidiana della gente
e anche dei suoi stessi protagonisti. Il futuro di questo
attivismo globale dipenderà dal fatto se sarà in grado
di agire a livello locale e di vita quotidiana, e di
continuare contemporaneamente a sviluppare il suo carattere
trasversale e transnazionale. Ma il confine più importante
da superare è quello costituito dal confine che gli
attivisti stessi pongono tra loro e il "resto"
della società. Noi riteniamo che la prassi della guerriglia
comunicativa possa dare un suo contributo in questa
direzione. In ciò risiede la motivazione che ci spinge
ad analizzare nel testo che segue le esperienze di questa
prassi - lungo le sue linee di fuga interne e nel superamento
dei confini in cui viene a costituirsi.
Arte
e politica
Un
sito Web [http://www.gatt.org/]
che ribalta l’immagine che il WTO dà di se stesso; un
assistente distratto immette la parola WTO in un motore
di ricerca e questo basta affinché un membro dei Yes
Men possa presentarsi come rappresentante del WTO nel
corso di un congresso sul diritto internazionale [http://www.theyesmen.org/]
e trasformare la conferenza in un farsa. Lo stesso Yes
Men lo ritroviamo, poco dopo le proteste di Praga, in
un costume da "Capitan Euro" in una dimostrazione
contro la repressione e gli arresti davanti al consolato
ceco, ma anche alla Ars Electronica di Linz e in occasione
di eventi artistici a Barcellona, Vienna, e Londra -
tutto ciò è arte fine a se stessa o azione politica?
La campagna contro la Lufthansa, la compagnia aerea
incaricata di rimpatriare gli espulsi [http://www.deportation-alliance.com/],
è cominciata con una serie di manifesti (Deportation
Class) che attaccava l’immagine stessa della compagnia
legandola al tema dell’espulsione. Questi manifesti
sono apparsi in Germania in diverse mostre, mentre la
compagnia aerea rispondeva all’apparizione di quelle
immagini su Internet con violente minacce di azioni
legali. Anche qui abbiamo a che fare con i confini tra
arte e politica. Quello che interessa non è chiedersi
a quale ambito, se quello politico o quello artistico,
sia da ascrivere questa azione, ma piuttosto: funziona?
Come si fa a prendere in giro una istituzione o una
persona così potente e costringerla, quando possibile,
ad assumere un atteggiamento difensivo?
La
guerriglia comunicativa si differenzia dalle tradizionali
forme di azione politica per il fatto che sfrutta coscientemente
la densità di significato delle immagini e delle narrazioni.
Siamo stufi dei servizi di sicurezza privati e dell’onnipresente
obbligo di fare acquisti, della rimozione delle panchine
pubbliche che spinge i passanti a recarsi nei bar o
a proseguire. Siamo a conoscenza della privatizzazione
dei centri delle nostre città, della sparizione dello
spazio pubblico. Ma come si può intervenire contro l’apparente
automatismo di questo processo - organizzando un’azione
a scopo informativo? Con una dimostrazione? Bloccando
le isole pedonali? Oppure cosa succederebbe se improvvisamente
ci fosse un ostacolo, un’interruzione della attività
frenetica del fine-settimana nelle isole pedonali -
niente teatro di strada colorato o progetto espositivo
per informare sulle limitazioni e la ristrettezza dello
spazio pubblico cittadino privatizzato, ma piuttosto
qualcosa di diverso che renda visibile e tangibile questa
ristrettezza, un sorta di esperimento attraverso il
quale coloro che frequentano queste vie commerciali
si vedranno assegnati, con modalità esagerate, il loro
ruolo effettivo?
Le
immagini: un’isola pedonale - dei negozi alla moda,
dei bar, musicisti di strada e fannulloni che vengono
discretamente allontanati, manifesti pubblicitari, uomini
in nero della sicurezza all’entrata di lussuose gallerie
commerciali….lavori in corso…..linee di demarcazione
bianche e rosse in mezzo al flusso della folla che passeggia….una
grande superficie quadrata in mezzo ad una piazza della
città è resa inaccessibile dalle strisce bianche e rosse,
circondata da guardie della sicurezza in jeans neri
e magliette bianche. Del personale gentile, contraddistinto
dal marchio della ditta, si rivolge ai passanti, un
marchio che si ritrova poi anche sul banco delle informazioni.
Si distribuiscono volantini informativi con un questionario
sull’uso delle isole pedonali: Quante volte viene in
centro? Quanto pensate di spendere oggi? Quale metodo
di pagamento preferite? A seconda delle vostre risposte
vi sarà concesso o meno di accedere a quest’area. La
spiegazione: "Facciamo questa inchiesta per la
ditta Bienle che ha intenzione di acquistare la totalità
della piazza davanti al castello. La facciamo per avere
un profilo in termini di ritorno economico dei frequentatori
di questa area in vendita ".
L’importante è che tutto sia credibile. Il blocco della
zona ben fatto, il linguaggio del corpo delle guardie
di sicurezza deve trasmettere determinazione, il personale
essere amichevole, gentile ma deciso; l’immagine della
ditta, riconoscibile dal marchio e dal look del personale,
riprodotta in maniera professionale. Gli attivisti adattano
la lingua del potere e se ne appropriano: l’identificazione
risulta credibile e viene realizzata grazie un’attenta
osservazione, con un occhio attento ai dettagli estetici
e al rapporto professionale con i materiali.
Questa
azione è stata messa in atto da un gruppo di artisti
impegnati politicamente, ma intesa non come performance
artistica - tranne di fronte ad alcuni poliziotti irritati
dal fatto di non essere stati informati preventivamente
dalla "ditta Bienle" riguardo a questa sua
iniziativa. Il pretesto "artistico" è stato
utilizzato solamente come camouflage, come scudo protettivo.
L’effetto di questa iniziativa sui passanti era di irritazione,
ma permetteva loro di prendere soggettivamente coscienza,
in maniera visibile e tangibile, del processo di privatizzazione
della loro città e, meglio di qualsiasi manifestazione
di protesta con la solita distribuzione di volantini
informativi, li costringeva a prendere posizione. Un’iniziativa
del genere sarebbe pensabile anche all’interno della
settimana dell’arte - sebbene qui l’ambito interpretativo
per l’osservatore esterno non sarebbe stato "la
privatizzazione" e "la limitazione della libertà
di movimento", bensì "l’arte": la stessa
iniziativa, realizzata all’interno dello spazio artistico,
produrrebbe una critica della società più morbida, non
guerriglia comunicativa. Un progetto del genere sarebbe
possibile sotto forma di installazione anche all’interno
di un museo - l’attuale avidità del mercato dell’arte
nella ricerca di attori "autentici" la renderebbe
fattibile.
Gli Yes Men hanno presentato il loro "Capitan Euro"
al worldinformation.org di Vienna attraverso video installazioni
[http://www.theyesmen.org/].
All’interno della stessa manifestazione un apparecchio
per il controllo dell’iride regolava la porta girevole
dell’entrata. In questo modo la critica ai metodi di
sorveglianza della società di controllo assume le sembianze
di un gioco adeguato al luogo della sua presentazione:
il museo della tecnica. Il potenziale di un’azione di
questo tipo dipende dal contesto che determina il codice
con il quale il pubblico la interpreta.
La
guerriglia comunicativa persegue finalità politiche.
Essa tenta di criticare le regole della normalità suscitando
irritazione e ambiguità e così facendo rendere possibili
altre modalità di lettura per quei segni e quelle immagini
ormai divenuti familiari. La critica alle strutture
naturalizzate del potere richiede innanzitutto che queste
ultime divengano visibili - e visibili lo diventano
laddove il funzionamento "ben oliato" del
sistema dei segni e dei meccanismi interpretativi comincia
a bloccarsi. Nel campo dell’arte ciò è quasi impossibile:
quando la sovrastruttura interpretativa è quella dell’
"arte", essa funziona allora quasi da lubrificante
che permette all’osservatore di ingoiare anche la più
sfacciata provocazione senza "strozzarsi".
La violenta diffamazione alla quale viene sottoposta
ad esempio la scena artistica, ha trovato ormai, in
quanto modalità delle avanguardie artistiche, una sua
legittimazione e perciò ne esce neutralizzata. Lo scompiglio
portato ai segni e alle immagini attraverso le tecniche
artistiche diventa eccitante laddove esso si lasci alle
spalle questa integrante sovrastruttura dell’arte.
"Non
è meglio sfigurare i segni invece di distruggerli?"
si chiese una volta Roland Barthes. Anche la scena della
sinistra militante lavora sui segni, anche le loro azioni
sono simboliche - ma qui quello che conta è il gesto
dell’aggressione militante, la distruzione di segni:
i sampietrini lanciati contro le vetrine delle banche,
il caos portato all’interno di un McDonald, lo scontro
fisico con i robo-cop. Il significato di queste prassi
fatte di scontri, rivolte e sollevazioni non va sottovalutato.
Non per niente i disordini di Seattle sono stati un
segno che è diventato poi simbolo e catalizzatore della
nascita di un nuovo movimento globale. La rielaborazione
mediatica di questi disordini ha gettato davanti agli
occhi dell’opinione pubblica l’immagine della resistenza
militante all’astratta mancanza di un’alternativa all’economia
capitalista. Questa immagine - una macchina da guerra
che si contrappone alle macchine da guerra astratte
del capitalismo globale - ha avuto un forte impatto
a livello di mobilitazione. Contemporaneamente però
l’opposizione militante è parte integrante della mitologia
delle democrazie parlamentari dell’Occidente. Nei media
borghesi le immagini sono servite per illustrare i principi
fondamentali della democrazia: la "colpa"
degli scontri di piazza è di alcuni malvagi Hooligans
che strumentalizzano proteste pacifiche e colorate per
i propri fini. I "Black Blocks" non riconoscono
le regole della protesta pacifica, la proprietà privata,
le regole del gioco democratico e quindi vanno bloccati
con un massiccio intervento della polizia. Con queste
argomentazioni si cerca così di legittimare l’intervento
violento del potere statale e il diritto dei manager
della globalizzazione a continuare a prendere le loro
decisioni con il consenso dell’opinione pubblica.
Ma
anche l’efficacia tattica della sfigurazione dei segni
può essere mostrata sulla scorta delle proteste globali.
In occasione del vertice delle banche mondiali a Praga
nel settembre del 2000, le fate ancheggianti del "Pink
Block" sono riuscite non solo ad introdursi nel
"cuore della bestia" (il Centro Congressi
dove si svolgeva il summit) - cosa che non era riuscita
né alle Tute Bianche con le loro imbottiture né ai combattivi
Black Blocks vestiti di nero. Sono riuscite addirittura
a dare un’immagine di sé che ribalta, fino a raggiungere
l’assurdo, quella tipica dei combattenti di strada che
lanciano pietre contro la polizia: quella una combattente
in rosa, di una ballerina di Samba. Un anno dopo a Genova
saranno i Marziani, gli UFO, le soldatesse U-NO della
VolxTheaterKarawane, le Bikini-girls, gli Omini Michelin
ed altri a trasfigurare e a stravolgere l’immagine stereotipata
di una dimostrazione, le sue modalità e le sue strategie.
Abbiamo
la sensazione che l’immagine che molti attivisti militanti
hanno di sé stessi nasconda la pericolosa tentazione
di considerarsi separati dal resto della società: la
conseguenza è il nascere di una sottocultura attiva
che utilizza segni, valori e metodi di legittimazione
suoi propri. La resistenza trae la propria legittimazione
dall’autenticità e dall’intensità di un impegno assunto
in prima persona. Da un lato ci si lamenta per il fatto
di sentirsi isolati in un ghetto, mentre dall’atro si
cerca di conservare la "purezza" tra le proprie
file; la retorica del confronto e del millenarismo apocalittico
esclude categoricamente gli attivisti dalla società
dominate. Questa esclusione trova espressione anche
nelle vibranti discussioni riguardo ad un eventuale
presa di contatto con i canali mediatici di massa, o
negli estenuanti tentativi di entrare in contatto con
i vicini delle case occupate. Nonostante occasionali
collaborazioni, si resta diffidenti e questo non solo
nei confronti del narcisista mondo dell’arte, ma anche
dei "geeks", gli attivisti cibernetici degli
anni ’90 che accorrevano in massa in occasione di eventi
quali il congresso "next 5 minutes" svoltosi
ad Amsterdam. Un uso più ludico dei segni, delle immagini
e dei significati, nonché l’accettazione dell’ibridismo
e della complessità potrebbero portare al superamento
parziale di questa separazione. In un possibile e ottimistico
scenario futuro, il paradossale incontro di due ambiti
marginali della società, quali quello della scena artistica
e dell’attivismo politico, potrebbe essere l’occasione
per far nascere un attivismo artistico-politico trasversale
che scavalchi i confini e i limiti di ciascuno.
Nell’ottobre
del 2000 il museo di Arte Contemporanea di Barcellona
ha realizzato una serie di Workshop dal tema "L’azione
diretta come una delle Belle Arti" che si è trasformato
in un incontro tra attivisti durato due settimane [http://www.lasagencias.
net/]. Sebbene in un primo tempo non siano stati
visti di buon occhio dagli "autoproclamatisi"
attivisti, questi Workshop hanno dato alla luce diversi
progetti politici che sono attivi ancora oggi - ninguna
es illegal ha organizzato un bordercamp all’estremo
sud della Spagna dove sbarcano migliaia di rifugiati
africani, è nata la sezione Indymedia di Barcellona
[barcelona.indymedia.org] e si è costituito un collettivo
che, servendosi di mezzi grafici e teatrali, ha preso
parte alle proteste contro il previsto vertice, poi
annullato, delle banche mondiali. Non è una caso se
le forme e le tecniche che vengono utilizzate in occasioni
di questi progetti siano quelle della guerriglia comunicativa;
forme che possono stimolare sia un’appropriazione divertente
di metodi artistici nel lavoro politico che un impiego
efficace a livello politico delle potenzialità artistiche.
Le
proteste globali creano così un proprio spazio sociale
dalle caratteristiche di una sottocultura attivista
che scavalca i confini nazionali e che si costituisce
attraverso una molteplicità di reti digitali e fisiche.
A volte sembra che il risultato più importante raggiunto
da questo movimento sia (ancora) questa stessa rete
e il controllo dei suoi strumenti. Anche la "scena
artistica" fornisce un suo spazio che va ad aggiungersi
a questo spazio sociale. Ci si incontra di nuovo - non
solo in occasione della prossima protesta globale, ma
anche alle Biennali, ai Festival cinematografici, alla
Documenta e all’ Ars Electronica. L’interazione tra
la scena artistica e quella politica è ancora puntuale,
resa possibile da un manipolo di iper-attivisti che
si muovono tra arte e politica. Un’interazione più profonda
che possa costituire un punto di partenza per una prassi
trasversale più ampia aspetta ancora di essere sviluppata
attraverso progetti concreti. L’attuale interesse della
scena artistica per la "reale vita sociale"
potrebbe fornire un punto di partenza; un ruolo importante
lo giocherà anche la possibilità o meno che queste pratiche
di opposizione abbiamo successo sul mercato dell’arte.
Non resta che aspettare per vedere se sarà così.
Attivismo,
Quotidianità, Lavoro
L’immagine
dell’attivista data dai media e anche quella che egli
ha di se stesso (se ne parla spesso solo come di un
"lui"), è quella di un attivista che si concentra
esclusivamente sull’azione. Sembra che queste persone
non facciano altro che occupare case e organizzare manifestazioni
- così come l’immagine dell’artista, per l’opinione
pubblica, si concentra sui suoi progetti e i suoi prodotti.
Normalmente l’attivista
e l’artista sono tutt’altra cosa. Lavorano nell’agricoltura,
nell’edilizia, fanno lavori stagionali, raccolgono offerte
per scopi caritatevoli, sono attivi in ambito sociale,
lavorano part-time in uffici e Call Centers, insegnano
nelle scuole di lingua, nelle scuole serali o all’università.
Non ultimo lavorano nell’ambito dei nuovi media come
grafici e Webdesigner, amministratori di sistema e esperti
informatici. Si muovono nel mondo del lavoro e contemporaneamente
in quello degli attivisti, ognuno caratterizzato da
ritmi, tempi e spazi suoi propri. Non è un fenomeno
nuovo (anche Kafka lavorava come impiegato nel campo
amministrativo), la novità secondo noi sta nell’integrazione
dei saperi, degli stili di vita e delle risorse di entrambi
gli ambiti.
Così
come nelle officine artigianali è ancora presente l’abitudine
di utilizzare durante la pausa pranzo gli attrezzi da
lavoro a scopo privato, anche negli uffici le fotocopiatrici
vengono utilizzate per stampare volantini e si spedisce
materiale informativo a spese della ditta. Diverse pagine
Web di Indymedia vengono aggiornate dal posto di lavoro.
Dall’altro lato molti lavoratori che operano nel settore
dei media hanno in casa dei computer e delle videocamere
che utilizzano sia per il lavoro che per l’attività
politica. Ma soprattutto è la conoscenza dei discorsi
e dell’estetica dominanti a scivolare costantemente
da un ambito all’altro, a poter essere impiegata sia
per la riproduzione che per la critica dei rapporti
di potere esistenti.
In
questo modo il passaggio da un ambito all’altro va nelle
due direzioni: le competenze acquisite nell’elaborazione
di testi al computer per realizzare dei falsi dépliant
turistici della città o delle false intestazioni di
lettere ufficiali, risultano utili anche per guadagnare
denaro nel mondo del lavoro. Chi al contrario per lavoro
realizza quotidianamente immagini e strutture ideologiche
per il mondo della pubblicità, con un piccolo cambio
di direzione è in grado di ribaltare l’estetica pubblicitaria
e metterla al servizio delle falsificazioni. L’indispensabile
conoscenza del "linguaggio del potere" nel
mondo del lavoro può essere impiegata in ogni momento
per la resistenza e la sovversione. Per la guerriglia
comunicativa questa conoscenza è un elemento centrale.
La campagna di protesta contro la Lufthansa ha avuto
successo anche perché, tra le altre cose, l’immagine
professionale della compagnia aerea è stata imitata
perfettamente e ne è stato stravolto lo slogan pubblicitario
- dal "Noi vi ci portiamo" della Lufthansa,
al "Vi sbattiamo fuori" della Deportation
Class.
Per
la guerriglia comunicativa non è sufficiente conoscere
il nemico, è necessario saper padroneggiare le forme
e i segni che caratterizzano per così dire "il
linguaggio del potere". I guerriglieri della comunicazione
non sono spie o agenti segreti infiltrati nel mondo
del lavoro o in quello del consenso borghese. Spesso
nella loro vita quotidiana ne entrano a far parte come
insegnanti, impiegati, svolgendo insomma delle funzioni
all’interno del sistema capitalista. È proprio per questo
che è possibile oscillare da un piano all’altro, passare
dalla critica radicale al camouflage e viceversa. I
giornalisti, i loro lettori e i potenziali clienti,
insomma tutti quelli che leggono il materiale pubblicitario
sulla Deportation Class vengono, senza volerlo, trascinati
e risucchiati dalle contraddizioni del sistema capitalistico
e della sua ideologia occidentale e umanistica: la Deportation
Class è davvero una cinica offerta a prezzi scontati
della Lufthansa su aerei destinati alle espulsioni di
clandestini? O piuttosto una critica particolarmente
riuscita alla sua prassi di espulsione? Se l’interessato
decide per la prima possibilità allora egli non può
non chiedersi se siamo in presenza di un modo vergognoso
di far soldi o di un legittimo strumento di marketing.
Se ritiene invece che questa pubblicità sia un falso,
tuttavia non può scartarla semplicemente in quanto assurda
calunnia - la somiglianza allo slogan della Lufthansa
è troppo evidente. Non importa quale delle due ipotesi
venga considerata giusta, una volta posta, la questione
rimane per così dire incollata all’immagine della Lufthansa.
Sporcando i questo modo l’immagine della compagnia aerea,
l’accettazione acritica del sistema capitalista comincia
a venir meno e si prende coscienza delle contraddizioni
esistenti tra la realtà e la sua rappresentazione.
La
guerriglia comunicativa non deve aver paura di questo
contatto: deve invece aver il coraggio di far propria
l’odiata logica del discorso dominante per poterla poi
rivoltare dal suo interno. E deve avere inoltre fiducia
nell’efficacia dei segni, non lasciarsi tentare dal
voler offrire informazioni troppo chiarificatrici smascherando
così le proprie intenzioni. Come conseguenza dell’ "escapade"
bellica della SPD tedesca, sostenuta anche dei Verdi,
è apparso improvvisamente un manifesto con la famosa
immagine del soldato in punto di morte ("Perché?")
[http://www.contrast.org/KG].
Con una piccola aggiunta, il "Perché?" è diventato
"Perché no?". La presenza dei simboli della
SPD e dei Verdi in fondo al manifesto lasciava supporre
che esso fosse autentico, sebbene il lettore informato
sapeva che questi due partiti non avrebbero mai confessato
apertamente il cinismo della loro politica. Attraverso
la scelta e la manipolazione delle immagini il manifesto
dichiarava apertamente che il cinico "Perché no?"
rispecchiava l’atteggiamento politico dei due partiti,
che lo confessino o meno. Aggiungendo invece un testo
che avesse attaccato la politica dei due partiti, si
sarebbe passati dalla logica della guerriglia comunicativa
e a quella della propaganda sovversiva. La sua funzione
sarebbe stata esplicativa e avrebbe suscitato piuttosto
dei sorrisi che quell’irritazione che invece ci spinge
spesso spinge alla riflessione.
Globalizzazione
Non
v’è dubbio: ci troviamo in mezzo alla globalizzazione
e questo proprio in quanto attivisti. Sono proprio quelle
capacità che vengono utilizzate durante le proteste
dei cosiddetti No-Global che le grandi ditte e le multinazionali
richiedono ai loro lavoratori: capacità di lavorare
in gruppo a progetti a tempo determinato insieme a persone
che non si conoscono prima. Ma anche flessibilità, competenza,
conoscenza di lingue straniere, assenza di forti gerarchie,
sfruttamento ottimale di risorse limitate, capacità
di improvvisazione, padronanza dei mezzi di comunicazione
informatici, velocità, massimo impegno. Anche qui trasversalità
- ma resta da chiedersi, per quali finalità?
Se
è vero che ci troviamo nel momento di passaggio verso
una società di controllo, allora in futuro potrebbe
essere ancora più importante rendere il nostro potenziale
sovversivo più affilato e mirato a livello molecolare.
All’interno del nascente Impero indirizzeremo sempre
meno il nostro malcontento verso i singoli governi -
il gioco con le immagini e le rappresentazioni acquisterà,
in quella parte del mondo organizzata in una rete, sempre
maggior significato senza che a rimetterci sia quello
dell’efficacia delle azioni pubbliche. È in gioco un
posizionarsi politico che non si concentri solo sulle
categorie concettuali della sociologia e della teoria
culturale, ma che sappia pensare anche in immagini e
utilizzare il sistema dei segni. Rabbia, insofferenza
e il desiderio di prendersi gioco del potere sono spesso
più efficaci nel riconoscere i punti deboli e le contraddizioni
del discorso dominante di quanto lo sia il pensiero
razionale. La guerriglia comunicativa non resta però
ferma al gioco dello scompaginamento temporaneo e autoreferenziale
- lo ricollega con argomentazioni ai media borghesi
e ai propri, è connessa alla sfera della contro-politica
ed entra in rapporto con le tematiche e le questioni
dei movimenti sociali. Negli ultimi anni questi movimenti
hanno fatto proprie nuove tecnologie: dai cellulari
all’uso (e falsificazione) di pagine Web sempre più
interattive, ai video e al Live-Streaming.
Le
tecnologie dell’informazione e quegli strumenti della
società di controllo che possono risultare utili vengono
impiegati sovversivamente, gli attivisti sono cioè in
grado di utilizzare per altri scopi le conoscenze acquisite
sul posto di lavoro retribuito. Inversamente possono
anche utilizzare le modalità lavorative apprese all’interno
della scena alternativa nella flessibilità del loro
lavoro quotidiano. Lavoro di gruppo finalizzato alla
realizzazione di specifici progetti con contratto a
tempo determinato e disponibilità agli spostamenti sono
solo due degli esempi possibili. Proprio all’interno
di un contento sociale in cui segni, Branding e immagini
diventano sempre più importanti sia per il mondo degli
affari che per i governi e strutture multinazionali
come il WTO o il G8, gli attacchi della guerriglia comunicativa
possono essere condotti in maniera efficace. Il mondo
dell’attivismo non si trova al di fuori del processo
di globalizzazione, del passaggio dalle vecchie democrazie
borghesi a qualcosa di diverso e ancora indefinito.
Ne fa parte invece - ed è la conoscenza profonda delle
strutture che devono essere combattute, la cui legittimità
va per lo meno messa in questione, a costituire il suo
potenziale - anche se il resto di questo grande racconto
aspetta ancora di essere scritto.
Tradotto
da: Sandro Armezzani
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