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Nell'ambito
delle proteste contro il reazionario governo austriaco,
tra il 1999 e il 2000 si sono formati numerosi gruppi
artistici di opposizione,
che in un vasto contesto - che va dalla Guerriglia
Comunicativa alla Controinformazione - ha portato a
termine un gran numero di azioni e interventi.
Di questa colorata e iperattiva moltitudine già dopo
alcuni mesi non era rimasto comunque che ben poco. Ciò
non va in ogni caso valutato negativamente: in questo
caso la parola magica è trasformazione. Così come per
le opposizioni del 2000, che non nacquero dal nulla dato
che si rifacevano alla scena della Interventionskunst
(Arte di Intervento) degli anni '90,
si continuò ad usare, sebbene in altri contesti, le
esperienze dei soggetti e le strutture del 2000. Se non
ha più senso attaccare il radicale populismo della
destra sul piano nazionale, gli attivismi artistici si
concentrano sempre più su altri obiettivi all'interno
della protesta globale: contro i confini e per i diritti
dei migranti.
Sembra
che qui, nel contesto del movimento di protesta globale,
le prassi artistico-politiche si lascino definitivamente
alle loro spalle la dicotomia tra Arte e Attivismo.
Gli attivisti non cercano di guadagnarsi dei punti sul
piano artistico o di operare verso qualsiasi effetti
di distinzione. Tuttavia lavorano con metodi e strategie
che vengono rubati alla storia dell'arte e/o applicati
spesso nelle attuali prassi artistiche. Le azioni stesse
determinano un nuovo terreno che non è parte esclusiva
né dell'arte né della politica in senso stretto.
Su
questo nuovo terreno le nuove prassi non possono essere
analizzate o criticate con le vecchie categorie come
Specificità del Sito, Critica alle Istituzioni, Interazione/Partecipazione
o con le ancor più vecchie categorie di Autore, Aura
e Opera d'arte. Occorre piuttosto partire dalle prassi
stesse se vogliamo formulare nuove categorie in grado
di cogliere adeguatamente la loro specificità. Nel prosieguo
si tenterà di definire queste categorie grazie all'ausilio
di un esempio e di tre concetti, i quali – in conformità
alle suddette prassi - saranno piuttosto presi in prestito
dalla teoria politica che dall'estetica.
Ne
è un esempio la VolxTheaterKarawane (Carovana del Teatro
Popolare): preparata all'inizio del 2001 nel corso di
lunghe discussioni virtuali e reali, partita a giugno
da Vienna, con azioni dimostrative alla frontiera di
Nickelsdorf, nel bel mezzo delle proteste contro il
summit del WEF (World Economic Forum) a Salisburgo,
presente al bordercamp di Lendava (Croazia/Ungheria),
davanti ad un Centro di Permanenza Temporanea a Lubiana
e infine all'interno delle manifestazioni del G8 di
Genova, al termine del quale la Carovana fu messa agli
arresti per quattro settimane dalla polizia italiana.
I
tre concetti sono stati presi dall'arsenale di Gilles
Deleuze e Felix Guattari:
nomadismo, macchina da guerra e micropolitica
delle frontiere.
Al
giorno d'oggi la figura del nomade ha assunto un carattere
ambiguo. Negli anni '80 molti gruppi, come i surfisti,
i musicisti Tecno, gli artisti della Rete si erano appropriati
indebitamente del concetto di nomadismo di Deleuze/Guattari
riconoscendosi in esso e vedendovi una benvenuta e fiorita
metafora delle loro attività. Contro tali inni alla
libertà e al flusso o alla definitiva democratizzazione
attraverso Internet, il concetto va tuttavia difeso
nel suo contesto deleuziano: il nomadismo è innanzitutto
precario, poi offensivo, e infine di frontiera.
Il
nomadico è quindi precarietà, qualcosa che esiste solo
in quanto revocabile, esposto al continuo fallimento
o, espresso in maniera più elegante, esso è la differenza
tra il fine e i suoi effetti. Precarietà e agire in
contesti precari è condizione del nomadico.
La
precarietà nomadica è ben descrivibile sulla base della
lotta della Carovana del Teatro Popolare per l'appropriata
o meglio con l'unica forma possibile di organizzazione:
il collettivo. L'esperienza delle pianificazioni collettive
all'interno di assemblee interminabili e delle azioni
collettive ha dimostrato che queste comportano implicitamente
l'esplosione del collettivo. Per di più, con l'intenzione
di non limitare i partecipanti della Carovana all'ambito
viennese o austriaco, ma di trasnazionalizzare il più
possibile il progetto, si è aggiunta un'altra difficoltà:
la molteplicità delle lingue. Il terzo e più importante
aspetto nel contesto del tema della precarietà consiste
tuttavia nella natura della Carovana stessa: il movimento
nomadico produce precarietà, perché il collettivo –
in contrasto del resto con l'idea tradizionale del nomadismo
– percorre dei sentieri sconosciuti, giunge in luoghi
del tutto ignoti e qui è poi costretto a prendere decisioni
che – senza rendersene conto - semplificano al massimo
la complessità: la Carovana del Teatro Popolare ha dovuto
continuamente lavorare, in quanto collettivo in movimento,
alla gestione di questa precarietà.
A
partire dalla fine degli anni '90 abbiamo assistito
ad un rinascimento del nomadico, concetto-chiave anche
all'interno dell'Impero
di Michael Hardt e Antonio Negri. Quando la figura del
nomadico riappare in un contesto esplicitamente politico,
essa assume indubbiamente un'altra valenza rispetto
a quella avuta nelle false interpretazioni degli anni
'80. Comunque, nella misura in cui nell'Impero
gli spostamenti degli intellettuali viaggianti e dei
rifugiati politici rientrano nel concetto di nomadismo,
gli autori tendono ad una integrazione concettuale tra
migranti volontari
e forzati.
Ciò porta inevitabilmente a sovrastimare enormemente
i soggetti della migrazione che vengono così innalzati
al ruolo di massimi oppositori all'onnipotenza dell'
"Impero".
In
Deleuze/Guattari invece alla linea molare del potere
si contrappongono due linee: la linea molecolare o linea
dei migranti, e la linea di fuga, di rottura o linea
nomade. Ciò risponde alla necessaria
differenziazione tra la migrazione forzata da un lato
- la fuga da un luogo all'altro che aspira ad una nuova
sedentarietà - e l'offensiva delle prassi nomadi dall'altro.
La linea dei migranti collega due punti, va dall'uno
all'altro, dalla Deterritorializzazione alla Riterritorializzazione.
La linea nomade invece è una linea di fuga che, passando
attraverso i punti, imprime ai movimenti di deterritorializzazione
una torrenziale accelerazione che non ha niente a che
vedere col concetto tradizionale di fuga. Fuggire, certo,
ma nella fuga cercare un'arma.
La
caratteristica di questa linea nomadica, di questa linea
di fuga, è l'offensiva. Ma cosa può significare offensiva
in un mondo, che secondo Deleuze/Guattari e Hardt/Negri
minaccia di sprofondare in un unico luogo comune che
ingloba tutto: il
potere è ovunque e al contempo da nessuna parte.
I suoi meccanismi funzionano senza centro e senza guida.
Una risposta a questa situazione in cui un "fuori"
del Potere appare impensabile questi autori L'hanno
data soprattutto nell'Impero: se i meccanismi del potere funzionano senza centro e senza
guida, allora dovrebbe essere possibile attaccarli da
un luogo e un contesto locale qualsiasi.
Per
quanto illuminante e attraente possa apparire questa
tesi, essa rimane comunque vaga e nebulosa fintanto
che non si chiarisce chi o cosa debba essere attaccato.
Se l' "essere contro a partire da un luogo qualsiasi"
possa sembrare doppiamente coerente – cioè come possibilità
di essere-contro da un luogo qualsiasi e come necessità
di essere-contro in un luogo qualsiasi – ci sono luoghi
però che rivendicano maggiormente rispetto ad altri
un tale "essere-contro". E questi luoghi devono
essere cercati, scoperti e attaccati, essenzialmente
in contrasto con la formula deleuziana secondo cui il
nomade è colui che propriamente non si muove.
Il
viaggio intensivo sul posto, questo punto di contatto
tra Kant e Deleuze ha fatto il suo tempo. La leggendaria
sindrome "da pantofolaio" di Kant che non
volle mai muoversi da Königsberg e l'insistenza di Delueze
sull'assenza di movimento del nomade, le ritroviamo
nella più normale e tipica quotidianità dei nostri giorni.
Ed è a partire da essa che occorre opporre ai meccanismi
di controllo della società e dell'informazione delle
prassi che, esattamente come i flussi di capitale deterritorializzato,
non si lascino fissare e collocare in un luogo preciso,
ma che a differenza di questi ultimi però, creano continuamente
incontrollate ed auto-determinate linee di fuga. Qui
ci muoviamo già in zone di confine per interventi artistico-politici
nel quadro delle proteste globali, con il loro affinamento
di azioni spontanee, gli attacchi tattici e il rapido
adeguamento a nuove situazioni, con le loro linee di
fuga nel e attraverso lo spazio nomade.
Anche
la Carovana del Teatro Popolare agisce su una linea
di fuga, attacca, è offensiva, in breve: è una macchina
da guerra nel senso di Deleuze. Questo non significa
in alcun modo ascriverle una particolare forma di violenza.
Al contrario, la macchina da guerra va al di là dei
discorsi di violenza e terrore; essa è proprio quella
macchina che entra in scena contro la violenza dell'apparato
statale e l'ordine della rappresentazione. Di contro
l'apparato statale tenta di piegare il non-rappresentabile
al potere della rappresentazione, come ha fatto con
la Carovana trasformandola ad esempio in Black Block.
È proprio a questi meccanismi della rappresentazione
che si oppone la macchina da guerra o, nelle parole
di Hardt e Negri, il militante
che riscopre così un'attività costituente, ma non rappresentativa.
Quando
è in gioco la localizzazione di questi luoghi di potere
che si sottraggono alla visibilità, il confine viene
ad assumere una importante funzione. Con ciò non si
intende in alcun modo il confine in senso metaforico,
bensì i confini concreti come – a seconda del punto
di vista – quelli tra gli Stati nazionali o quelli interni
dell'Impero stesso; o altre linee di confine dell'apparato
statale come le linee di Polizia che vengono spezzate
dalle Tute Bianche, dai Pink-Silver Blocks o, in Austria,
dalla Performig Resistance.
Ai
margini del border camp di Lendava la Carovana ha verificato,
per mezzo soprattutto del Teatro invisibile e dell'Irritazione,
lo spazio della "terra di nessuno" tra le
due frontiere. Nel corso di questa azione, sul ponte
nella "terra di nessuno", tra il confine ungherese
e quello croato, gli attivisti - vestiti di tute arancioni
e uniformi delle U-No – hanno eretto un'altra stazione
di confine, fermato le automobili e distribuito ai conducenti
dei passaporti "No-Border" e dei volantini.
Qui non si trattava soprattutto di attraversare, spezzare,
o abbattere i confini, come lo slogan "No Border"
utilizzato dalla Carovana sembra suggerire, ma piuttosto
del suo apparente opposto: erigere delle nuove frontiere
per opporre a quelle assolute degli Stati nazionali
uno spazio fluttuante e nomadico all'interno della "terra
di nessuno".
Con
simili forme di "micropolitica della frontiera"
(Guattari) le varie prassi abbandonano, nel contesto
delle proteste globali, la vaga formula di un "verticale
attacco ai centri di potere virtuali" supposti
ovunque e da nessuna parte. Qui si tratta soprattutto
di rendere visibile, di attaccare concretamente la virtualità,
di spezzare quelle brutali frontiere e, al contempo,
di mettere alla prova queste forme di organizzazione
sperimentali e collettive. Questo è ciò che caratterizza
la macchina da guerra: l'attacco all'apparato statale
è legato alla continua ricerca di alternative o – ancora
secondo le parole di Hardt/Negri – resistenza, insurrezione
e potere costituente si fondono in un unico processo.
Traduzione: Sandro Armezzani
Vedi:
Gerald Raunig, Wien
Feber Null. Eine Ästhetik des Widerstands, Vienna
2000
[] Vedi:
Gerald Raunig, Charon.
Eine Ästhetik der Grenzüberschreitung, Vienna
1999; Holger Kube Ventura, Politische Kunst Begriffe in den 1990er Jahren im deutschsprachigen
Raum, Vienna 2002
Vedi:
Michael Hardt, Antonio Negri, Empire.
Die neue Weltordnung, Frankfurt/New York 2002,
in particolare le pp. 222-226
Vedi: Gilles
Deleuze / Clarie Parnet, Dialoge,
Frankfurt/Main 1980, p. 147 e seguenti.
] Vedi: Gilles
Deleuze / Félix Guattari, Tausend
Plateaus, Berlin 1992, S. 583; Michael Hardt, Antonio Negri, Empire. Die neue Weltordnung, Frankfurt/New York
2002, p. 223: "Se non c’è più un luogo che
possa valere come "fuori", allora dobbiamo
essere contro in ogni luogo".
Vedi: Gilles Deleuze / Félix Guattari, Tausend Plateaus, Berlin 1992, p. 524
Vedi: Gilles Deleuze / Félix Guattari, Tausend Plateaus, Berlin 1992, p. 578; Michael Hardt,
Antonio Negri, Empire. Die neue Weltordnung,
Frankfurt/New York 2002, p. 419
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