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Franco Berardi Bifo 09/2003
Che significa oggi autonomia?
 

Non soggetto ma soggettivazione

Non intendo fare una ricostruzione storica del movimento di autonomia, ma solo cercar di comprendere la sua specificità storica attraverso una rivisitazione di concetti come rifiuto del lavoro e composizione di classe. I giornalisti usano la parola operaismo per definire un movimento politico e filosofico che apparve in Italia durante gli anni 60. A me non piace questo termine perché riduce la complessità della realtà sociale al mero dato di una centralità degli operai industriali nella dinamica sociale della tarda modernità. La centralità della classe operaia è stato un grande mito politico del ventesimo secolo, ma il problema che ci dobbiamo porre è quello dell'autonomia dello spazio sociale dal dominio capitalistico, e quello delle differenti composizioni culturali, politiche, immaginarie, che il lavoro sociale elabora. Perciò io preferisco usare l'espressione composizionismo, per definire questo movimento di pensiero.
Quel che mi interessa enfatizzare nell'operazione filosofica del  cosiddetto operaismo italiano, è lo smontaggio della nozione di soggetto che il marxismo ha ereditato dalla tradizione hegeliana. Al posto del soggetto storico, il pensiero composizionista cominica a pensare in termini di soggettiv/azione.
Il concetto di classe sociale non ha una consistenza ontologica, ma deve essere visto come un concetto vettoriale. La classe sociale è proiezione di immaginazioni e progetti, effetto di un'intenzione politica e di una sedimentazione di culture.
Il gruppo di pensatori che scrivevano su riviste come Classe operaia o Potere operaio non usavano questo tipo di linguaggio, non parlavano di investimenti sociali del desiderio, e si esprimevano in una forma molto più leninista. Ma il gesto filosofico da loro compiuto produsse un mutamento importante nel panorama filosofico, spostando l'attenzione dalla centralità dell'identità operaia alla decentralizzazione di un processo di soggettivazione. Félix Guattari, che incontrò l'operaismo dopo il 1977 e fu conosciuto dai pensatori dell'autonomia italiana solo dopo il '77, ha sempre insistito sull'idea che non si dovrebbe parlare di soggetto, ma piuttosto di processo di soggettivazione.
Partendo da queste osservazioni possiamo cercar di capire cosa significa rifiuto del lavoro.
Questa espressione non significa tanto l'ovvio fatto che gli operai non amano essere sfruttati, ma significa qualcosa di più: cioè che la ristrutturazione capitalista, il mutamento tecnologico e la generale trasformazione delle istituzioni sociali sono il prodotto di una azione quotidiana di sottrazione dallo sfruttamento, di rifiuto dell'obbligo di produrre plusvalore e di aumentare il valore del capitale riducendo il valore della vita.
Come ho detto non mi piace l'espressione "operaismo" per l'implicita riduzione a un ristretto riferimento sociale, e preferirei usare la parola composizionismo. Il concetto di composizione sociale o composizione di classe, largamente usato dai pensatori "operaisti" sembra aver qualcosa a che fare piuttosto con la chimica che con la storia sociale.
Mi piace quest' idea che il luogo in cui si svolgono i processi storici non è il solido roccioso territorio storico di origine hegeliana, ma un ambiente chimico nel quale sessualità, malattia e desiderio combattono e si incontrano e si mescolano e continuamente mutano il panorama. Se usiamo il concetto di composizione possiamo capire meglio quel che è accaduto nell'Italia degli anni 70, e possiamo meglio capire cosa vuol dire autonomia: non la costituzione di un soggetto, non l'identificazione degli esseri umani in una figura sociale fissata, ma il cambiamento continuo delle relazioni sociali, la identificazione e la disidentificazione sessuale, ed il rifiuto del lavoro. Il rifiuto del lavoro è in effetti generato dalla complessità degli investimenti sociali del desiderio.
In questo quadro autonomia significa che la vita sociale non dipende solo dalla regolazione disciplinare imposta dal potere economico, ma dipende anche dagli spostamenti, scivolamenti e dissoluzioni che sono il processo di auto-composizione della società vivente. Lotta, ritirata, alienazione, sabotaggio, linee di fuga dal sistema di dominio capitalista.
Questo è il significato dell'espressione "rifiuto del lavoro". Rifiuto del lavoro significa molto semplicemente: "non voglio andare al lavoro perché preferisco dormire". Ma questa pigrizia è la fonte dell'intelligenza, della tecnologia e del progresso. Autonomia è l'autoregolazione del corpo sociale, nella sua indipendenza e nelle sue interazioni con la norma disciplinare.

 

Autonomia e deregulation

C'è un altro aspetto dell'autonomia che è stato poco approfondito finora. Il processo di autonomizzazione di lavoratori dal loro ruolo ha provocato un terremoto sociale che ha a sua volta scatenato la deregulation capitalistica. La parola deregulation fa la sua comparsa sulla scena ideologica alla fine degli anni Sessanta, e interpreta uno spirito destrutturante che discende dal pensiero libertario e antiautoritario dei decenni precedenti. C'è tutta una tradizione del de-reglement che corre lungo le filiere della cultura hippy libertaria californiana, del pensiero autonomo italiano e dell'epistemologia desiderante francese che predica l'autonomia della dinamica sociale dal dominio statale e autoritario. Il liberismo raccoglie la spinta di queste culture e la trasforma in fanatismo dell'economia. L'autonomia sociale ha scatenato le potenze del sapere e dell'immaginazione collettiva, ma il liberismo traduce questa liberazione sul terreno paranoico della competitività.
La deregulation che apparve sulla scena mondiale nell'epoca di Thatcher e di Reagan si può vedere come la risposta capitalistica all'autonomizzazione dall'ordine disciplinare del lavoro industriale. Gli operai chiedevano libertà dalla regolazione capitalista, e poi il capitale ha fatto la stessa cosa, ma in maniera rovesciata. La libertà dalla regolazione di stato è diventata in effetti dispotismo sul tessuto sociale, sulla vita quotidiana delle persone concrete. I lavoratori chiedevano libertà dalla prigione del lavoro a vita della fabbrica industriale, e la deregulation rispose attraverso la flessibilizzazione del lavoro e la frattalizzazione del lavoro.

Il movimento di autonomia negli anni 70 mise in moto un processo pericoloso, ma indispensabile. Un processo che si sviluppò dal rifiuto sociale del dominio capitalista alla vendetta capitalista che prese forma di deregulation, libertà dell'impresa da ogni controllo statale, distruzione delle protezioni sociali, riduzione ed esternalizzazione della produzione, taglio della spesa sociale, detassazione, e, finalmente, flessibilizzazione. Il movimento di autonomia mise in moto effettivamente la destabilizzazione del contesto sociale uscito da un secolo di pressioni sindacali e di regolazione statale. Commettemmo noi forse un terribile errore? Dovremmo pentirci delle azioni di dissenso e di sabotaggio, di autonomia, di rifiuto del lavoro che sembrano aver provocato la deregulation capitalista?
Assolutamente no.
Il movimento di autonomia effettivamente anticipò la tendenza, ma il fenomeno della deregulation era iscritto nelle linee di sviluppo del capitalismo postindustriale, ed era naturalmente implicito nella ristrutturazione tecnologica della globalizzazione produttiva.
C'è una stretta relazione tra rifiuto del lavoro informatizzazione delle fabbriche, riduzione degli organici ed esternalizzazione delle commesse, e flessibilizzazione del ciclo complessivo del lavoro.  Ma questa relazione è molto più complessa di quel che può essere una catena di cause e di effetti. Il processo di deregulation era iscritto nello sviluppo delle nuove tecnologie che permettevano alle corporation capitaliste di lanciare il processo di globalizzazione. Un processo simile è accaduto anche nel campo dei media, nello stesso periodo.
Pensate alle radio libere italiane negli anni 70. In quegli anni in Italia c'era un monopolio statale della telecomunicazione, e l'emittenza privata era proibita. La sinistra politica, particolarmente il PCI denunciava i mediattivisti di Radio Alice perché li accusava di rompere il sistema pubblico di comunicazione e di aprire così la strada ai media privati. Dovremmo pensare che avesse ragione la sinistra statalista che si opponeva alla proliferazione comunicativa in nome della difesa del sistema pubblico?  Non credo proprio. Penso che la sinistra tradizionale si sia sbagliata per varie ragioni. Prima di tutto perché la fine del monopolio di stato era iscritto nelle evoluzioni delle tecnologie di comunicazione, in secondo luogo perché la libertà di espressione è meglio che la centralizzazione statale dei media. In quel momento la sinistra rappresentava una forza di conservazione statalista, in Italia come nei paesi dell'est europeo. Essa rappresentava una cornice culturale che non poteva sopravvivere nella transizione postindustriale. La stessa cosa potremmo dire a proposito della fine dell'impero sovietico.
Sappiamo che oggi la popolazione russa sta peggio di come stava venti anni fa, e la cosiddetta democratizzazione della società russa ha portato soprattutto distruzione delle protezioni, scatenamento di un incubo di competizione aggressiva, violenza, corruzione e msieria esistenziale.
Ma la dissoluzione del regime socialista era inevitabile, perché quell'ordine bloccava la dinamica del desiderio sociale, e perché impediva la innovazione culturale. La dissoluzione dei regimi comunisti era iscritta nella composizione sociale dell'intelligenza collettiva, nell'immaginario creato dai nuovi media globali, e negli investimenti collettivi di desiderio. Ecco perché l'intellettualità democratica, e le forze culturali dissidenti presero parte alla lotta contro il regime socialista, anche se spesso sapevano che il capitalismo non sarebbe stato un paradiso. Ora la deregulation sta devastando quella che un tempo era la società sovietica, e si sperimenta lo sfruttamento e la miseria e l'umiliazione a un punto forse mai raggiunto, ma questa transizione era inevitabile e in un certo senso è stato un mutamento progressivo.

Deregulation non significa solo emancipazione dell'impresa privata dalla regolazione di stato e riduzione della spesa pubblica e delle protezioni sociali. Significa anche flessibilizzazione del lavoro. La realtà della flessibilità del lavoro è l'altra faccia di questo tipo di emancipazione dalla disciplina capitalista. Non dovremmo sottovalutare il collegamento tra il rifiuto del lavoro e la flessiblizzazione che lo ha seguito.
Una delle idee forti del movimento di autonomia era "precario è bello". La precarietà del lavoro è una forma di autonomia dal lavoro regolare che dura per tutta la vita. Negli anni '70 era comune lavorare per qualche mese, poi licenziarsi per andare a farsi un viaggio, tornare e riprendere il lavoro per pochi mesi e così via.  In condizioni di quasi pieno impiego ed in presenza di una diffusa cultura egualitaria, non competitiva, non consumista, uno stile di vita di questo genere è possibile, e fa bene allo spirito e al corpo.  L'offensiva neoliberista degli anni ottanta puntava a rovesciare il rapporto di forza.
Deregulation e flessibilizzazione del lavoro sono stati l'effetto ed il rovescio dell'autonomia operaia. Dobbiamo capirlo non solo per ragioni storiche. Se vogliamo capire cosa dobbiamo fare oggi, nell'epoca della piena flessibilità del lavoro umano che però è anche fase della crisi del neoliberismo, dobbiamo capire come poté verificarsi la occupazione del campo del desiderio sociale in quel passaggio dagli anni settanta agli anni ottanta da parte di un immaginario economicista e competitivo.

Negli ultimi decenni l'informatizzazione del macchinario ha giocato un ruolo cruciale nella flessibilizzazione del lavoro insieme alla intellettualizzazione e immaterializzazione dei principali cicli di produzione. L'introduzione delle nuove tecnologie elettroniche e l'informatizzazione del ciclo produttivo ha aperto la strada alla creazione di una rete globale di infoproduzione, deterritorializzata, delocalizzata e s-personalizzata. Soggetto del processo lavorativo sociale è divenuto sempre più la rete globale di info-produzione, e il tessuto umano delle persone che lo compongono si è frammentato fino a dissolversi. Non ci sono più esseri umani che lavorano, ma frammenti temporali assoggettati al processo di valorizzaizone, atomi di tempo ricombinati nel ciclo produttivo globale. I lavoratori industriali avevano rifiutato il loro ruolo nella fabbrica, e in questo modo avevano guadagnato libertà e autonomia dal dominio capitalista, dal controllo sul loro tempo di vita. Ma questa situazione ha condotto i capitalisti a investire in tecnologie che risparmiano lavoro, ed a cambiare la composizione tecnica del processo lavorativo, per poter espellere gli operai industriali e le loro forme di organizzazione autonoma, per poter creare una nuova organizzazione del lavoro che potesse essere più flessibile.

 

Ascesa e caduta dell'alleanza di lavoro cognitivo e capitale ricombinante

Intellettualizzazione e immaterializzazione del lavoro sono una faccia del mutamento delle forme di produzione sociale. L'altra faccia è la globalizzazione planetaria. Immaterialità e globalizzazione sono due facce complementari.  La globalizzazione è un processo che implica aspetti di pesante materialità, perché il lavoro industriale non sparisce nell'epoca postindustriale, ma emigra verso le zone geografiche in cui è possibile pagare bassi salari, e in cui la legislazione non protegge il lavoro e favorisce la libera impresa anche a scapito dell'ambiente e della società. La prospettiva dell'estensione planetaria del processo di produzione industriale era stato previsto da Mario Tronti in un articolo uscito nell'ultimo numero della rivista Classe operaia, nel 1967. Tronti aveva scritto: il fenomeno più importante dei prossimi decenni fino alla fine del secolo ventesimo sarà lo sviluppo della classe operaia su scala planetaria globale. Questa intuizione non era fondata sull'analisi del processo di produzione capitalistico, ma era basato sulla comprensione delle trasformazioni nella composizione del lavoro. La globalizzazione e l'informatizzazione potevano essere previsti come un effetto del rifiuto del lavoro nei paesi industriali dell'occidente.
Durante gli ultimi due decenni del ventesimo secolo abbiamo assistito a una sorta di alleanza tra il capitale ricombinante e il lavoro cognitivo. Chiamo ricombinante il capitale che non è strettamente connesso a una particolare applicazione industriale, ma è rapidamente trasferibile da un posto all'altro, da un'applicazione industriale all'altra, da un settore di attività economica a un altro. Si può definire ricombinante il capitale finanziario che prende un ruolo centrale nella politica e nella cultura degli anni ‘90. L'alleanza di lavoro cognitivo e capitale finanziario ha prodotto effetti culturali importanti, come la identificazione ideologica del lavoro e dell'impresa. I lavoratori sono stati spinti a vedersi come auto-imprenditori, e in questa visione c'è una parte di verità, nel periodo di fioritura delle dotcom, quando il lavoratore cognitivo poteva creare la sua impresa investendo la sua forza intellettuale (un'idea, un progetto, una formula) come un bene valutabile in termini finanziari.
Era il periodo che Geert Lovink, nel suo importante libro "Dark Fiber" ha definito dotcommania. Cosa è stata la dotcommania?  La partecipazione di massa al ciclo dell'investimento finanziario negli anni '90 mise in moto un processo di auto-organizzazione dei produttori cognitivi.  I lavoratori cognitivi investivano la loro esperienza, sapere e creatività, e trovarono nel mercato azionario i mezzi per creare imprese. Per parecchi la forma impresa divenne il punto in cui si incontrarono il capitale finanziario e il lavoro cognitivo ad alto potenziale produttivo.

L'ideologia libertaria e liberale che dominava la cibercultura (soprattutto americana) negli anni 90 idealizzava il mercato presentandolo come un ambiente puro. In questo ambiente, naturale come la lotta per la sopravvivenza del più forte che rende possibile l'evoluzione, il lavoro trova i mezzi necessari per valorizzarsi e per divenire impresa. Una volta lasciato alla sua dinamica, il sistema economico di rete era destinato a ottimizzare i profitti economici per tutti, proprietari e lavoratori, anche perché la distinzione tra proprietari e lavoratori diveniva sempre più impercettibile quando si entra nel circuito produttivo virtuale.
Questo modello, teorizzato da autori come Kevin Kelly e trasformato dalla rivista Wired in una sorta di Weltanschauung digital-liberista, arrogante e trionfalista, ha fatto bancarotta all'inizio del nuovo millennio, insieme alla new economy e insieme a una larga parte dell'esercito di imprenditori cognitivi che avevano abitato il mondo delle dotcom. La ragione della bancarotta sta nel fatto che il modello di un mercato perfettamente libero è una menzogna teorica e pratica. Quel che il neoliberismo ha rafforzato nel lungo periodo non è il libero mercato, ma il monopolio.
Nella seconda metà degli anni '90 si è sviluppata una vera e propria lotta di classe all'interno del circuito produttivo delle alte tecnologie. Il divenire della rete è stato segnato da questa lotta, di cui oggi non è chiaro l'esito. Certamente l'ideologia di un mercato libero e naturale si è rivelata un inganno. L'idea che il mercato funzioni come un ambiente puro di confronto tra idee progetti, qualità e utilità dei servizi è stata spazzata via dall'amara verità della guerra che i monopoli hanno condotto contro la moltitudine dei lavoratori auto-imprenditori e contro la patetica massa dei micro-traders. La lotta per la sopravvivenza non è stata vinta dal migliore e dal più fortunato, ma da quello che ha tirato fuori il cannone: il cannone della violenza, della rapina, del furto sistematico, della violazione di ogni norma etica e legale. L'alleanza Bush – Gates ha sanzionato la liquidazione del mercato, e a quel punto la fase della lotta interna della classe virtuale è finita. Una parte della classe virtuale è entrata nel complesso militar-industriale, un'altra parte (la larga maggioranza) è stata espulsa dall'impresa e spinta ai margini di una esplicita proletarizzazione. Sul piano culturale stanno emergendo le condizioni per la formazione di una coscienza sociale del cognitariato e questo potrebbe essere il fenomeno più importante degli anni a venire, la sola chiave che possa offrire soluzioni al disastro.

Le dotcom sono state il laboratorio di sperimentazione di un modello produttivo e di un mercato. Alla fine il mercato è stato conquistato e soffocato dalle corporation monopolistiche, e l'esercito degli auto-imprenditori  e dei microcapitalisti di ventura è stato rapinato e dissolto. Così una nuova fase è cominciata: i gruppi che sono divenuti predominanti nel ciclo della net-economy forgiano un'alleanza con il gruppo dominante della old-economy (il clan mafioso di Bush o di Berlusconi, l'industria militare o quella del petrolio ecc.), e in questa fase si manifesta un blocco del processo di globalizzazione produttiva. Il neoliberismo ha prodotto la sua negazione e coloro che erano i suoi più entusiasti sostenitori sono diventate le vittime marginalizzate.

Con il dotcom-crash il lavoro cognitivo si è separato dal capitale. Gli artigiani digitali, coloro che negli anni novanta si sono sentiti imprenditori del proprio lavoro, si accorgeranno poco alla volta di essere stati raggirati, derubati, espropriati, e questo creerà le condizioni di una coscienza di tipo nuovo dei lavoratori cognitivi. Questi si renderanno conto che pur possedendo tutta la potenza produttiva, sono stati espropriati dei suoi frutti da una minoranza di speculatori ignoranti ma abili a maneggiare gli aspetti legali e finanziari del processo produttivo. Il ceto improduttivo della classe virtuale, gli avvocati e i ragionieri, si appropriano del plusvalore cognitivo prodotto dai fisici dagli informatici, dai chimici dagli scrittori e dai mediaoperatori. Ma questi possono separarsi dal castello giuridico e finanziario del semiocapitalismo, e costruire un rapporto diretto con la società, con gli utenti: E allora inizierà forse il processo di autorganizzazione autonoma del lavoro cognitivo. Un processo che del resto è già in atto come dimostrano le esperienze del mediattivismo, e la creazione di reti di solidarietà per il lavoro migrante.

Era per noi necessario attraversare il purgatorio delle dotcom, l'illusione di una fusione tra lavoro e impresa capitalista, e anche l'inferno della recessione e della guerra infinita, per poter veder emergere in problema in termini chiari. Su un piano il sistema inutile e ossessivo dell'accumulazione finanziaria e la follia della privatizzazione della conoscenza pubblica, l'eredità della vecchia economia industriale. Dall'altra parte il lavoro produttivo sempre più iscritto nelle funzioni cognitive della società. Il lavoro cognitivo comincia a vedersi come cognitariato, e comincia a costruire istituzioni di conoscenza, di creazione, di cura, di invenzione e di educazione che sono autonome dal capitale.

 

Frattalizzazione psicopatia suicidio

Nella net-economy la flessibilità si è evoluta in una forma di frattalizzazione del lavoro. Frattalizzazione significa frammentazione del tempo di attività. Il lavoratore non esiste più come persona. E' soltanto un produttore intercambiabile di micro-frammenti di semiosi ricombinante che entra nel flusso continuo della rete. Il capitale non paga più la disponibilità del lavoratore ad essere sfruttato per un lungo periodo di tempo, non paga più un salario che copra l'intero campo dei bisogni economici di una persona che lavora. Il lavoratore (macchina che possiede un cervello che può essere usato per frammenti di tempo) viene pagato per la sua prestazione puntuale, occasionale, temporanea. Il tempo di lavoro è frattalizzato e cellularizzato. Le cellule di tempo sono in vendita sulla rete, e le aziende possono comprarne tanto quanto ne vogliono senza impegnarsi in nessun modo nella protezione sociale del lavoratore. Il lavoro cognitivo è un oceano di microscopici  frammenti di tempo, e la cellularizzazione è la capacità di ricombinare frammenti di tempo nella cornice di un singolo semio-prodotto. Il telefono cellulare può essere visto come la catena di montaggio del lavoro cognitivo.
Questo è l'effetto della flessiblizzazione e della frattalizzazione del lavoro: quel che era autonomia e potere politico del lavoro è divenuto totale dipendenza del lavoro cognitivo dall'organizzazione capitalistica della rete globale. Questo è il nucleo centrale della creazione del semiocapitalismo. Quel che era rifiuto del lavoro è divenuto dipendenza completa delle emozioni e del pensiero dal flusso di informazione. E l'effetto di questo è una specie di crollo nervoso che colpisce la mente globale e provoca quel che abbiamo preso l'abitudine di chiamare dotcomcrash. La crisi del capitalismo di massa finanziario si può vedere come un effetto del collasso dell'investimento economico del desiderio sociale. Uso la parola collasso in un senso che non è metaforico ma piuttosto una descrizione clinica di quel che sta accadendo nella mente occidentale. La parola collasso esprime un crollo patologico vero e proprio dell'organismo psico-sociale. Quel che abbiamo visto nel periodo seguito ai primi segni di crollo economico, nei primi mesi del nuovo secolo è un fenomeno psicopatico, è il collasso della mente globale. Vedo la depressione economica attuale come un effetto collaterale di una depressione psichica. L'intenso e prolungato investimento lavorativo del desiderio e delle energie mentali e libidinali ha prodotto l'ambiente psichico ideale per un collasso che ora si sta manifestando nel campo dell'economia con la recessione e il crollo della domanda, nel campo politico in forma di aggressività militare, e nel campo culturale nella forma di una tendenza suicidaria di massa.
L'economia dell'attenzione è divenuta un soggetto importante negli ultimi anni. I lavoratori virtuali hanno sempre meno tempo di attenzione disponibile, perché sono coinvolti in un numero crescente di compiti mentali che occupano ogni spazio del loro tempo di attenzione, e non hanno più il tempo da dedicare alla loro vita, all'amore, alla tenerezza, all'affetto. Prendono Viagra perché non hanno il tempo per i preliminari del sesso. La cellularizzazione ha portato una specie di occupazione permanente del tempo di vita. L'effetto è una psicopatologizzazione della relazione sociale. I sintomi sono evidenti: milioni di scatole di psicofarmaci si vendono nelle farmacie, l'epidemia di disturbi dell'attenzione si diffonde tra i bambini e gli adolescenti, la diffusione di farmaci come il Ritalin nelle scuole diviene normale, e un'epidemia di panico sembra diffondersi.
Lo scenario dei primi anni del nuovo millennio sembra dominato da una vera e propria ondata di comportamento psicopatico. Il fenomeno suicidario si diffonde molto al di là dei confini del fanatismo islamico. Dall'11 settembre 2001 il suicidio è divenuto l'atto politico cruciale sulla scena politica globale. Il suicidio aggressivo non deve essere visto solo come un fenomeno di disperazione e di aggressione, ma va visto come una dichiarazione della fine. L'onda suicidaria sembra suggerire che il genere umano è fuori tempo massimo, e la disperazione è divenuta il modo prevalente di pensiero sul futuro.

E allora? Non ho risposte da dare. Quel che possiamo fare è solo quello che stiamo effettivamente già facendo: L'autorganizzazione del lavoro cognitivo è la sola via per andare oltre il presente psicopatico. Non credo che il mondo possa essere governato dalla ragione. L'utopia dell'Illuminismo è fallita. Ma penso che la disseminazione di conoscenza autorganizzata possa creare la cornice sociale di un numero infinito di mondi autonomi. Il processo di creazione della rete è così complesso che non può essere governato dalla ragione umana. La mente globale è troppo complessa per essere conosciuta e padroneggiata da menti localizzate subtotali. Non possiamo conoscere, non possiamo controllare, non possiamo governare l'intera forza della mente globale.
Ma possiamo governare il processo singolare di produzione di un mondo singolare di socialità.
Questo è oggi autonomia.

 

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